C'è una sedia in un angolo dello studio. Non è impilata con le altre, non aspetta che qualcuno la porti via a fine lezione: è lì, pronta, come un tappetino in più. Se la prima immagine che vi viene in mente è quella di un gruppo di anziani che muove le braccia stando seduti, provate a mettere in pausa quell'idea per un momento. In Yoga con la sedia, la sedia si allena insieme a voi.

Pratica anche tu yoga con la sedia...
Tra i supporti dello yoga la sedia è quella che usiamo meno spesso, e forse per questo la sottovalutiamo. Il mattoncino ci avvicina il pavimento, la cintura allunga le braccia, ma la sedia fa qualcosa che nessun altro attrezzo fa: offre un appoggio a un'altezza intermedia, stabile, orientabile. Non è né a terra né in piedi. È esattamente nel mezzo, ed è lì che spesso ci serve un punto fermo.
Chi pratica da anni tende a scartare i supporti dando per scontato che siano "per principianti" o "per chi non ce la fa". È un pregiudizio che vale la pena lasciar cadere. Un supporto ben usato non abbassa il livello della posizione: lo alza, perché permette di sentire dettagli che a mani nude si perdono.
Prendiamo Utthita Trikonasana, il triangolo. Quante volte la mano scende fino al pavimento a costo di arrotondare la schiena o chiudere il fianco? Appoggiando invece la mano sulla seduta della sedia, il busto trova la sua vera lunghezza laterale, la rotazione del torace si apre senza forzare, e per la prima volta si sente davvero dove dovrebbe arrivare il peso. Non è una versione facilitata del triangolo: è il triangolo, fatto bene, prima di essere fatto in profondità.
Lo stesso vale per Virabhadrasana II, il guerriero. Con lo schienale della sedia davanti al bacino, come un promemoria fisico, diventa più difficile lasciare che l'anca anteriore ruoti verso l'interno. La sedia non fa il lavoro al posto vostro: vi dice, con la sua presenza, quando state uscendo dall'allineamento.
E per chi ha le spalle rigide, Adho Mukha Svanasana con le mani appoggiate allo schienale invece che a terra cambia tutto: la schiena si allunga, il petto si apre verso il basso, e il cane a testa in giù smette di essere una gara a chi tocca prima il pavimento con i talloni.
In tutti questi casi la sedia lavora come farebbe un occhio esterno, quello dell'insegnante che vi corregge la postura con una mano. Solo che qui la sedia è sempre disponibile, anche quando pratichiamo da soli in salotto.
C'è poi un secondo modo di usarla, meno atletico ma non meno dignitoso. Le ginocchia che protestano, una schiena che ha bisogno di rispetto, un giorno in cui l'equilibrio proprio non arriva: qui la sedia diventa base, non più solo punto d'appoggio.
Seduti, con i piedi ben radicati a terra, si può lavorare su una torsione semplice portando una mano allo schienale e l'altra al ginocchio opposto, lasciando che sia il respiro a guidare quanto ruotare. Si può fare un allungamento laterale portando un braccio sopra la testa mentre l'altra mano tiene il bordo della seduta. Si può persino ritrovare, stando seduti, l'apertura del petto di Ustrasana, la posizione del cammello, semplicemente inarcandosi all'indietro con le mani che scendono verso lo schienale.
Non è yoga di serie B. È yoga che ha deciso di ascoltare il corpo che ha davanti, invece di inseguire un'immagine di posizione vista da qualche parte. E chi pensa che sedersi tolga intensità alla pratica non ha mai provato a restare tre minuti in una torsione da seduto, respirando piano, sentendo lo spazio che si apre tra una vertebra e l'altra.
Il punto, in fondo, è uno solo: non è la sedia a stabilire quanto la pratica sia impegnativa o delicata. È come la usiamo. La stessa sedia che stabilizza chi cerca l'allineamento perfetto in un guerriero è quella che sostiene chi si sta riprendendo da un intervento al ginocchio. Cambia l'intenzione, cambia il ritmo, ma l'attrezzo resta lo stesso, ed è proprio questa versatilità a renderlo prezioso.
Chi frequenta i nostri corsi lo sa: capita che la stessa persona, nel giro di qualche mese, passi dall'usare la sedia come sostegno all'usarla come strumento di raffinamento. Il corpo cambia, la pratica si evolve, la sedia resta al suo posto, pronta per l'uso che serve oggi.
Vale anche il percorso inverso, ed è altrettanto importante dirlo. Chi pratica da anni e un giorno si ritrova con un ginocchio infiammato, con la schiena bloccata o semplicemente con meno energia del solito, spesso vive la sedia come una retrocessione, quasi un fallimento. Non lo è. Tornare a un appoggio più semplice quando il corpo lo chiede è una forma di ascolto, non una rinuncia. Ed è proprio in quei momenti che si capisce quanto la sedia, lungi dall'essere un attrezzo minore, sia in realtà uno dei prop più intelligenti che abbiamo a disposizione.
Prova subito una lezione di Yoga con la sedia. Sperimenta il triangolo con la mano sulla seduta invece che a terra e nota cosa succede al fianco. Oppure, se oggi è una di quelle giornate in cui il corpo chiede pazienza, siediti e lascia che sia il respiro, più che la geometria della posizione, a fare il lavoro.
La sedia non giudica quale delle due cose state facendo. Aspetta solo che la usiate.